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Un “dogma” sul rapporto tra fede e scienza
Esiste un conflitto tra fede e scienza?
Scelgo di tralasciare l’elenco anche più semplice dei significati diffusamente
attribuiti a fede e scienza perchè, per analizzarne un possibile conflitto,
vorrei provare a partire dall’esperienza umana nei confronti di fenomeni chiamati “miracolosi”.
Il mio modestissimo parere, maturato
anche attraverso l’esperienza della vita, è che parlare di conflitto tra ciò che
intendiamo oggi per scienza e quel che intendiamo per fede religiosa, sia
come minimo riduttivo e, in fondo, persino sciocco. Credo piuttosto che possa essere posto un vero e
proprio “dogma” che, in qualche modo, impedisca addirittura di sostenere un
vero confronto fra fede e scienza. Ecco il dogma: la ragione, la razionalità e l’oggettività rendono
impossibile il miracolo e l'esperienza mistica. In altre parole: se si dà lume scientifico ad un
fenomeno, dimostrandone i profili reali e la verificabilità oggettiva, si
impedisce che attraverso di esso possa compiersi l’impossibile. E posso
immaginare, per altro, che esistano già autori che hanno trattato la problematica in
questi termini (li sto cercando).
Vale a dire che Dio può transitare
miracoloso nella vita degli uomini, che Gesù può moltiplicare pani e pesci e
trasformare il suo cadavere in un essere nuovamente vivo o apparentemente
vivo, solo attraverso processi che scientificamente ci sono ancora ignoti.
Mi pare insomma ridicolo tentare di spiegare miracoli attraverso leggi
chimico-fisiche conosciute, perché attraverso di esse non possono compiersi
miracoli.
Il miracolo
Trovo tuttavia altrettanto fuorviante
pensare che i fenomeni miracolosi, all’uomo, non potranno che restare ignoti
per sempre, fino alla fine dei tempi.
Ad esempio, assumendo come vere le
famose “piaghe d’Egitto” narrate nel libro dell’Esodo, dobbiamo chiederci se
esse furono veri e propri miracoli, così come probabilmente vennero
interpretate a quei tempi, o se si trattò soltanto di fatti straordinari,
che oggi avrebbero una spiegazione chimico-fisica ben precisa. Del resto,
nell'ambito della ricerca storica, i
tentativi di dimostrare che quei fatti potrebbero essersi verificati davvero
e naturalmente, non mancano. Recentemente una teoria idro-geologica e
atmosferica, per niente campata per aria, dimostrerebbe che le acque del mar
Rosso avrebbero potuto davvero separarsi, proprio nel modo così spettacolare
e straordinario con cui è stato narrato nella Bibbia.
E se fossero davvero fenomeni che oggi
possiamo spiegare con leggi scientifiche, li possiamo ancora chiamare
miracoli? Forse potremmo piuttosto assumere che, per gli uomini di quel tempo, ai
quali queste leggi scientifiche erano del tutto sconosciute, quei fatti
furono dei veri e propri miracoli.
Insieme al nostro dogma, allora,
potremmo anche assumere che un miracolo, non lo è in
assoluto, lo è solo in senso relativo: relativo alla storia nella quale si
compie e, probabilmente, relativo anche all’esperienza del singolo individuo
che lo vive.
Non solo. Il nostro dogma, in verità,
potrebbe sembrare persino ridicolo. Come dire: affinché il prodigio si
compia la stanza deve restare al buio; se la stanza è illuminata non accade
nulla. Grazie, sembra davvero roba da vecchi imbroglioni.
In effetti, potrebbe esserci un vizio di forma nell’attribuzione di
fatti cosiddetti miracolosi o, per lo meno, potrebbe rivelarsi
cruciale metterci tutti d’accordo su un significato univoco di
miracolo.
Per un credente, infatti, l’onda trasformatrice con la quale Dio
investe miracolosamente la vita dell’uomo, si propaga e irrompe
anche attraverso fatti normali e scientificamente spiegabili,
semplicemente facendone accadere uno piuttosto di un altro;
costruendo storie apparentemente incredibili, ma non abbastanza da
poter escludere che esse risultino comunque spiegabili o imputabili
al caso.
La “sincronicità” di fatti ed emozioni, studiata a lungo da Jung è,
in un certo senso, l’interpretazione più incredibile, strana e
curiosa di talune successioni di eventi, coincidenze ed emozioni,
delle quali moltissime persone possono dare testimonianza e che
possono appunto sollevare in qualcuno il sospetto di un’azione
soprannaturale che le ha guidate. Per tornare al Mar Rosso, ad
esempio, il senso miracoloso di quei fatti può essere letto nella
coincidenza tra quell’evento naturalistico eccezionale e l’arrivo
degli ebrei in fuga e, se si vuole, arrivando fino all’azione del
bastone di Mosè.
Nemmeno la scienza, per altro, pare immune da curiosi e celebri
casi di sincronocità, tanto che si dice spesso che le più importanti
scoperte dell'uomo sono avvenute "per caso", per accidentali e
"sincronistiche" convergenze di eventi fra loro estranei.
Al di là delle dinamiche psicologiche
proposte da Jung in merito, può risultare accettabile che il miracolo abbia facoltà di compiersi tanto
dentro leggi fisiche note, quanto dentro processi che ci sono ancora del
tutto oscuri.
Entrambe le due realtà, però, non
consentono di comprendere la meccanica
del miracolo, la quale rimane del tutto velata: dietro
l’inspiegabilità scientifica, oppure dietro l’impossibilità di
escludere l’eventualità del caso cieco.
Come dicevo, si tratta anche di
intendersi. Per Messori, ad esempio, il miracolo perfetto è quello
totalmente prodigioso e inspiegabile, come una gamba amputata e ricresciuta
in una notte (V. Messori – Il miracolo Rizzoli 1998).
Ebbene, per me, per quanto possa valere
il mio parere, il miracolo perfetto è
quello la cui spiegazione ammette allo stesso tempo, sia una teoria
scientifica solida (per quanto non ancora dimostrata), sia un teorema
spirituale e per tanto irrazionale. Il miracolo perfetto, dal mio punto di
vista, è quello che abbandona nel dubbio, seppure lasciando, in chi lo vive,
l'irrazionale certezza che si sia trattato di un vero e proprio miracolo.
Un esempio su tutti è il concepimento di Gesù in Maria: un fatto che è
inteso come miracoloso solo se siamo disposti a credere, sulla parola, ai
racconti sacri, ma che, scientificamente, risulta "facilmente" smontabile,
fin'anche a suscitare dell'ironia.
Anche se, dopo aver citato Maria, la
cosa risulta
molto banale, mi vengono in mente
i finali delle simpatiche storie a fumetti di Dylan Dog, nelle quali, per la
medesima vicenda, si sovrappongono psichedelici due vissuti: quello del
tutto razionale, che accontenta la logica pragmatica del commissario Block e quello in
parte irrazionale di Dylan. Il primo è dimostrabile e convincente ma
costringe ad escludere alcuni dettagli curiosamente inspiegabili, come
coincidenze e testimonianze anormali; il secondo
è razionalmente inaccettabile, ma lega con un filo ininterrotto ogni cosa a significati
profondi e inequivocabili della vita dei protagonisti di ogni storia.
La scienza
Per dirla in modo più scientifico: non
trovo, onestamente, che la teoria evolutiva neodarwiniana riesca ad abbattere
definitivamente il miracolo della creazione; non credo che la termodinamica
possa escludere definitivamente l’azione di Dio, mostrandoci che l’RNA può
aver dato inizio al fenomeno biologico per caso e senza trasgredire le
sue leggi fondamentali. Non può nulla neppure il grandissimo Hawking,
perchè, spiacente per lui, scoprire leggi fisiche in grado di dimostrare la
comparsa dell'universo dal nulla, potrà abbattere moltissime teologie, ma non
farà che suscitarne di nuove. Mi pare continui a persistere sempre una
indeterminazione di fondo, che ci impedisce ogni volta di rispondere in modo
definitivo ad ogni perché e di trovare la verità sulle cause originali. Mi
pare che l’una non possa mai escludere l’altra. Credo che convivano
misteriosamente, lo credo tanto che mi pare sciocco e miope dichiarare il
contrario.
Vorrei anche ricordare, per altro, che,
per quanto possa sembrare davvero beffardo, anche per la termodinamica
dell’universo, in un certo senso, “nulla è impossibile”. Ciò che guida gli
eventi chimici dell’universo è infatti la degradazione della sua energia
potenziale, in una catena di eventi inevitabilmente trascinati dalla loro
massima probabilità di accadere, rispetto ad eventi la cui probabilità di
avvenire è infinitamente più piccola. Ma, per quanto piccola, questa
probabilità esiste, e nulla vieta che qualcosa la possa in qualche modo
scegliere e percorrere.
Non mi pare sciocco citare ora il
concetto più noto di indeterminazione, ovvero quei limiti oggettivi e non
strumentali, ai quali sembrerebbe essere approdata oggi la scienza. Al più
famoso Principio di indeterminazione di Heisemberg, quello tanto
osteggiato da Einstein, sulla possibilità di indagare allo stesso tempo
velocità e posizione di una particella subatomica, oggi sembrano
aggiungersene di nuovi. Oggi cominciano infatti ad apparire fondamentalmente
indeterminabili anche i genomi complessi, come quello umano (E. Boncinelli -
Le scienze n. 499 2010), e le strade esclusive di dipanamento
dell’evoluzione dei viventi (Henry Gee
- Tempo profondo. Antenati, fossili, pietre.
Einaudi 2006).
Pare quindi che il miracolo debba continuare a compiersi anche in aree della
meccanica naturale dalla cui comprensione, la percezione umana sembrerebbe
essere stata definitivamente interdetta. Come se Colui che compie o veicola
il miracolo si fosse voluto conservare una via sicura d’accesso.
Per inciso, nell’esperimento teorico e
provocatorio, quasi sarcastico, del “gatto di Shrodinger” sul principio di
indeterminazione di Heisemberg, dobbiamo accettare che tutto è possibile e
contemporaneamente reale fintanto che la scatola contenente il povero gatto
resta insondabile ai nostri sensi. Appena veniamo in possesso di una
conoscenza anche piccola riguardante l’interno della scatola, tutte le
possibilità che c’erano si riducono all’unica razionale e razionalmente
motivabile, costretta a diventare oggettiva dal gesto indagatorio che ha
prodotto quella conoscenza. Il principio di indeterminazione di Heisemberg
resta per tanto senza dubbio il più straordinario e, insieme e ironicamente,
il più vicino al nostro “dogma”.
D’altro canto, però, non c’è niente di
meglio della scienza per attaccare un miracolo e tentare di smontarlo,
smontando al contempo la fede che lo alimenta.
La scienza procede incessante, dando
spiegazioni razionali a processi misteriosi ma sempre sperabilmente reali;
generando, tra l’altro, la costante sensazione che col tempo, essa potrà
dare spiegazione ad ogni singola cosa.
Il credente
È questo il punto di incongruenza
inevitabile, di incompatibilità tra fede e scienza, di estraneità, quindi,
più che di conflitto: mentre la scienza lavora
instancabile alla definizione razionale del mistero, la fede si ostina ad
assumerne una specie di oggettiva indeterminabilità di fondo o, meglio
ancora, di infinita profondità, ricchezza e sorpresa.
Per un credente, tuttavia, e
stavolta sul serio,
ammettere la presenza inestirpabile di una porzione irrisolvibile di questo
mistero calato nella realtà, non può che sfociare in un costante conflitto
interiore e, inoltre, può finire per emarginarlo dal “club” della scienza
più integralista. Non a caso, recentemente, anche Veronesi ha citato la
religione come un inutile elemento di offuscamento della ragione (vedi
scheda allegata sotto
http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_febbraio_04/veronesi-religione-ricerca_0dbc44c2-11a1-11df-806e-00144f02aabe.shtml).
E' solo nel credente che è possibile
rintracciare i profili concreti di un conflitto.
A mio avviso, l'effetto conclusivo di
questo dogma ineliminabile è una divaricazione rigida che opprime la strada
di chi cerca. Lungo tali percorsi incombe l'ironia di una percezione
psichedelica per la quale chi cerca la ragione deterministica, la trova, e se
ne lascerà sedurre sempre più; e chi cerca Dio, trova Dio e gli risulterà
sempre più difficile immaginare un mondo che non goda della sua presenza e
della sua azione.
Non c’è speranza, dunque, nel credente, di convivenza
serena tra scienza e fede e, pertanto, gli interventi a riguardo di alcuni
vescovi della Chiesa Cattolica non li comprendo.
E' fondamentale rimarcare, tuttavia,
che fede e scienza possono convivere in conflitto profondo
nell’animo dello scienziato credente, senza, tuttavia, che il suo lavoro
scientifico onesto possa subirne dei danni. La scienza onesta non può essere
né minata né offuscata dalla fede, tanto meno la politica o la società.
Lo scienziato non credente, invece,
seppure dotato della più razionale onestà scientifica, che aizza lo scontro
tra scienza e fede, sembrerebbe sprovvisto della medesima onestà anche in
campo intellettuale e umano, giacchè, in lui, il conflitto tra scienza e
fede non può sussistere.
Gianmario Gerardi
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Lo scienziato Umberto Veronesi a Sky Tg24 Pomeriggio
«La religione impedisce di ragionare»
«La
religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel
dubbio, nella ricerca della verità»
Lo
scienziato Umberto Veronesi a Sky Tg24 Pomeriggio
«La
religione impedisce di ragionare»
«La
religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel
dubbio, nella ricerca della verità»
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Umberto Veronesi (Fotogramma) |
MILANO
- La
religione impedisce di ragionare mentre la scienza vive nella ricerca della
verità. Sono mondi molto lontani. Umberto Veronesi, nel corso di Sky Tg24
Pomeriggio, ha spiegato i motivi che, da scienziato, lo hanno portato ad
allontanarsi dalla fede. «Scienza e fede non possono andare insieme - ha
affermato l' oncologo - perché la fede presuppone di credere ciecamente in
qualcosa di rivelato nel passato, una specie di legenda che ancora adesso
persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri
e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti».
«INTEGRALISTA»
- Secondo Veronesi, infatti, la religione, per definizione, è integralista,
mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno
di provare, di criticare se stessa e riprovare. In sostanza, è la sua tesi,
si tratta di due mondi e concezioni del pensiero molto lontani l'uno
dall'altro, che non possono essere abbracciati tutti e due. Nel corso della
trasmissione l'oncologo ha poi ricordato di venire da una famiglia
religiosissima, «ho recitato il rosario tutte le sere fino ai 14 anni», ma
di aver deciso di allontanarsi, nei primi tempi con grande difficoltà, dopo
aver esaminato a fondo tutte le religioni. «Perché - ha concluso - mi sono
convinto che ogni religione esprime il bisogno di una determinata
popolazione in quel momento storico». (Fonte: Ansa)
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