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Che uomini sono mai i poeti, che riescono a parlare di Giove pensandolo simile a un uomo, ma se gli dici che è un’immensa sfera di metano e ammoniaca densi ammutoliscono…

(R.P. Feynman – Sei pezzi facili)

 

"...E che ne sarà dell'Amore,

se ci accontenteremo davvero di assimilarlo alle perturbazioni di qualche ormone e all'anatomia presunta di un po' di psiche?"

(Gianmario G. - Un pezzo unico)

 

"Quella del mistero è la più straordinaria esperienza che ci sia dato di vivere. E' l'emozione fondamentale situata al centro della vera arte e della vera scienza."

(Lo so che sembra il mio motto, ma questa l'ho trovata per caso nel 2010, ed è di Albert Einstein)

 

Decalogo della promozione (pdf)

Scienza e fede: un "dogma"...

Il bisogno primario

Cessioni definitive

Luce da mondi lontanissimi

Se non subito

 

 

 

 

Link utili

Atlante di zoologia

Mostra di protisti

Vertebrati

Terremoti tempo reale

 

 

 

 

GIANMARIO GERARDI

 

Materie d'insegnamento:

CHIMICA, BIOLOGIA, ASTRONOMIA-

-SCIENZE DELLA TERRA
Liceo

 

Incarichi:

RESPONSABILE INFORMATICO

 

Informazioni:

 

ORARIO DI RICEVIMENTO
Mercoledi 9.55-10.50

 

tel. 030.42432

fax 030.2400638
informatica@istitutoarici.
it

 

 

 

 

 

 

Un “dogma” sul rapporto tra fede e scienza

 

Esiste un conflitto tra fede e scienza?

Scelgo di tralasciare l’elenco anche più semplice dei significati diffusamente attribuiti a fede e scienza perchè, per analizzarne un possibile conflitto, vorrei provare a partire dall’esperienza umana nei confronti di fenomeni chiamati “miracolosi”.

 

Il mio modestissimo parere, maturato anche attraverso l’esperienza della vita, è che parlare di conflitto tra ciò che intendiamo oggi per scienza e quel che intendiamo per fede religiosa, sia come minimo riduttivo e, in fondo, persino sciocco. Credo piuttosto che possa essere posto un vero e proprio “dogma” che, in qualche modo, impedisca addirittura di sostenere un vero confronto fra fede e scienza. Ecco il dogma: la ragione, la razionalità e l’oggettività rendono impossibile il miracolo e l'esperienza mistica. In altre parole: se si dà lume scientifico ad un fenomeno, dimostrandone i profili reali e la verificabilità oggettiva, si impedisce che attraverso di esso possa compiersi l’impossibile. E posso immaginare, per altro, che esistano già autori che hanno trattato la problematica in questi termini (li sto cercando).

 

Vale a dire che Dio può transitare miracoloso nella vita degli uomini, che Gesù può moltiplicare pani e pesci e trasformare il suo cadavere in un essere nuovamente vivo o apparentemente vivo, solo attraverso processi che scientificamente ci sono ancora ignoti. Mi pare insomma ridicolo tentare di spiegare miracoli attraverso leggi chimico-fisiche conosciute, perché attraverso di esse non possono compiersi miracoli.

 

Il miracolo

Trovo tuttavia altrettanto fuorviante pensare che i fenomeni miracolosi, all’uomo, non potranno che restare ignoti per sempre, fino alla fine dei tempi.

Ad esempio, assumendo come vere le famose “piaghe d’Egitto” narrate nel libro dell’Esodo, dobbiamo chiederci se esse furono veri e propri miracoli, così come probabilmente vennero interpretate a quei tempi, o se si trattò soltanto di fatti straordinari, che oggi avrebbero una spiegazione chimico-fisica ben precisa. Del resto, nell'ambito della ricerca storica, i tentativi di dimostrare che quei fatti potrebbero essersi verificati davvero e naturalmente, non mancano. Recentemente una teoria idro-geologica e atmosferica, per niente campata per aria, dimostrerebbe che le acque del mar Rosso avrebbero potuto davvero separarsi, proprio nel modo così spettacolare e straordinario con cui è stato narrato nella Bibbia.

E se fossero davvero fenomeni che oggi possiamo spiegare con leggi scientifiche, li possiamo ancora chiamare miracoli? Forse potremmo piuttosto assumere che, per gli uomini di quel tempo, ai quali queste leggi scientifiche erano del tutto sconosciute, quei fatti furono dei veri e propri miracoli.

 

Insieme al nostro dogma, allora, potremmo anche assumere che un miracolo, non lo è in assoluto, lo è solo in senso relativo: relativo alla storia nella quale si compie e, probabilmente, relativo anche all’esperienza del singolo individuo che lo vive.

 

Non solo. Il nostro dogma, in verità, potrebbe sembrare persino ridicolo. Come dire: affinché il prodigio si compia la stanza deve restare al buio; se la stanza è illuminata non accade nulla. Grazie, sembra davvero roba da vecchi imbroglioni.

 

In effetti, potrebbe esserci un vizio di forma nell’attribuzione di fatti cosiddetti miracolosi o, per lo meno, potrebbe rivelarsi cruciale metterci tutti d’accordo su un significato univoco di miracolo.

Per un credente, infatti, l’onda trasformatrice con la quale Dio investe miracolosamente la vita dell’uomo, si propaga e irrompe anche attraverso fatti normali e scientificamente spiegabili, semplicemente facendone accadere uno piuttosto di un altro; costruendo storie apparentemente incredibili, ma non abbastanza da poter escludere che esse risultino comunque spiegabili o imputabili al caso.

La “sincronicità” di fatti ed emozioni, studiata a lungo da Jung è, in un certo senso, l’interpretazione più incredibile, strana e curiosa di talune successioni di eventi, coincidenze ed emozioni, delle quali moltissime persone possono dare testimonianza e che possono appunto sollevare in qualcuno il sospetto di un’azione soprannaturale che le ha guidate. Per tornare al Mar Rosso, ad esempio, il senso miracoloso di quei fatti può essere letto nella coincidenza tra quell’evento naturalistico eccezionale e l’arrivo degli ebrei in fuga e, se si vuole, arrivando fino all’azione del bastone di Mosè.

Nemmeno la scienza, per altro, pare immune da curiosi e celebri casi di sincronocità, tanto che si dice spesso che le più importanti scoperte dell'uomo sono avvenute "per caso", per accidentali e "sincronistiche" convergenze di eventi fra loro estranei. 

 

 

Al di là delle dinamiche psicologiche proposte da Jung in merito, può risultare accettabile che il miracolo abbia facoltà di compiersi tanto dentro leggi fisiche note, quanto dentro processi che ci sono ancora del tutto oscuri.

Entrambe le due realtà, però, non consentono di comprendere la meccanica del miracolo, la quale rimane del tutto velata: dietro l’inspiegabilità scientifica, oppure dietro l’impossibilità di escludere l’eventualità del caso cieco.

Come dicevo, si tratta anche di intendersi. Per Messori, ad esempio, il miracolo perfetto è quello totalmente prodigioso e inspiegabile, come una gamba amputata e ricresciuta in una notte (V. Messori – Il miracolo Rizzoli 1998).

 

Ebbene, per me, per quanto possa valere il mio parere, il miracolo perfetto è quello la cui spiegazione ammette allo stesso tempo, sia una teoria scientifica solida (per quanto non ancora dimostrata), sia un teorema spirituale e per tanto irrazionale. Il miracolo perfetto, dal mio punto di vista, è quello che abbandona nel dubbio, seppure lasciando, in chi lo vive, l'irrazionale certezza che si sia trattato di un vero e proprio miracolo. Un esempio su tutti è il concepimento di Gesù in Maria: un fatto che è inteso come miracoloso solo se siamo disposti a credere, sulla parola, ai racconti sacri, ma che, scientificamente, risulta "facilmente" smontabile, fin'anche a suscitare dell'ironia.

 

Anche se, dopo aver citato Maria, la cosa risulta molto banale, mi vengono in mente i finali delle simpatiche storie a fumetti di Dylan Dog, nelle quali, per la medesima vicenda, si sovrappongono psichedelici due vissuti: quello del tutto razionale, che accontenta la logica pragmatica del commissario Block e quello in parte irrazionale di Dylan. Il primo è dimostrabile e convincente ma costringe ad escludere alcuni dettagli curiosamente inspiegabili, come coincidenze e testimonianze anormali; il secondo è razionalmente inaccettabile, ma lega con un filo ininterrotto ogni cosa a significati profondi e inequivocabili della vita dei protagonisti di ogni storia.  

 

La scienza

Per dirla in modo più scientifico: non trovo, onestamente, che la teoria evolutiva neodarwiniana riesca ad abbattere definitivamente il miracolo della creazione; non credo che la termodinamica possa escludere definitivamente l’azione di Dio, mostrandoci che l’RNA può aver dato inizio al fenomeno biologico per caso e senza trasgredire le sue leggi fondamentali. Non può nulla neppure il grandissimo Hawking, perchè, spiacente per lui, scoprire leggi fisiche in grado di dimostrare la comparsa dell'universo dal nulla, potrà abbattere moltissime teologie, ma non farà che suscitarne di nuove. Mi pare continui a persistere sempre una indeterminazione di fondo, che ci impedisce ogni volta di rispondere in modo definitivo ad ogni perché e di trovare la verità sulle cause originali. Mi pare che l’una non possa mai escludere l’altra. Credo che convivano misteriosamente, lo credo tanto che mi pare sciocco e miope dichiarare il contrario.

 

Vorrei anche ricordare, per altro, che, per quanto possa sembrare davvero beffardo, anche per la termodinamica dell’universo, in un certo senso, “nulla è impossibile”. Ciò che guida gli eventi chimici dell’universo è infatti la degradazione della sua energia potenziale, in una catena di eventi inevitabilmente trascinati dalla loro massima probabilità di accadere, rispetto ad eventi la cui probabilità di avvenire è infinitamente più piccola. Ma, per quanto piccola, questa probabilità esiste, e nulla vieta che qualcosa la possa in qualche modo scegliere e percorrere.

 

Non mi pare sciocco citare ora il concetto più noto di indeterminazione, ovvero quei limiti oggettivi e non strumentali, ai quali sembrerebbe essere approdata oggi la scienza. Al più famoso Principio di indeterminazione di Heisemberg, quello tanto osteggiato da Einstein, sulla possibilità di indagare allo stesso tempo velocità e posizione di una particella subatomica, oggi sembrano aggiungersene di nuovi. Oggi cominciano infatti ad apparire fondamentalmente indeterminabili anche i genomi complessi, come quello umano (E. Boncinelli - Le scienze n. 499 2010), e le strade esclusive di dipanamento dell’evoluzione dei viventi (Henry Gee - Tempo profondo. Antenati, fossili, pietre. Einaudi 2006).

 

Pare quindi che il miracolo debba continuare a compiersi anche in aree della meccanica naturale dalla cui comprensione, la percezione umana sembrerebbe essere stata definitivamente interdetta. Come se Colui che compie o veicola il miracolo si fosse voluto conservare una via sicura d’accesso.

 

Per inciso, nell’esperimento teorico e provocatorio, quasi sarcastico, del “gatto di Shrodinger” sul principio di indeterminazione di Heisemberg, dobbiamo accettare che tutto è possibile e contemporaneamente reale fintanto che la scatola contenente il povero gatto resta insondabile ai nostri sensi. Appena veniamo in possesso di una conoscenza anche piccola riguardante l’interno della scatola, tutte le possibilità che c’erano si riducono all’unica razionale e razionalmente motivabile, costretta a diventare oggettiva dal gesto indagatorio che ha prodotto quella conoscenza. Il principio di indeterminazione di Heisemberg resta per tanto senza dubbio il più straordinario e, insieme e ironicamente, il più vicino al nostro “dogma”.

 

D’altro canto, però, non c’è niente di meglio della scienza per attaccare un miracolo e tentare di smontarlo, smontando al contempo la fede che lo alimenta.

La scienza procede incessante, dando spiegazioni razionali a processi misteriosi ma sempre sperabilmente reali; generando, tra l’altro, la costante sensazione che col tempo, essa potrà dare spiegazione ad ogni singola cosa.

 

Il credente

È questo il punto di incongruenza inevitabile, di incompatibilità tra fede e scienza, di estraneità, quindi, più che di conflitto: mentre la scienza lavora instancabile alla definizione razionale del mistero, la fede si ostina ad assumerne una specie di oggettiva indeterminabilità di fondo o, meglio ancora, di infinita profondità, ricchezza e sorpresa.

 

Per un credente, tuttavia, e stavolta sul serio, ammettere la presenza inestirpabile di una porzione irrisolvibile di questo mistero calato nella realtà, non può che sfociare in un costante conflitto interiore e, inoltre, può finire per emarginarlo dal “club” della scienza più integralista. Non a caso, recentemente, anche Veronesi ha citato la religione come un inutile elemento di offuscamento della ragione (vedi scheda allegata sotto

 http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_febbraio_04/veronesi-religione-ricerca_0dbc44c2-11a1-11df-806e-00144f02aabe.shtml).

 

E' solo nel credente che è possibile rintracciare i profili concreti di un conflitto.

 

A mio avviso, l'effetto conclusivo di questo dogma ineliminabile è una divaricazione rigida che opprime la strada di chi cerca. Lungo tali percorsi incombe l'ironia di una percezione psichedelica per la quale chi cerca la ragione deterministica, la trova, e se ne lascerà sedurre sempre più; e chi cerca Dio, trova Dio e gli risulterà sempre più difficile immaginare un mondo che non goda della sua presenza e della sua azione.

 

Non c’è speranza, dunque, nel credente, di convivenza serena tra scienza e fede e, pertanto, gli interventi a riguardo di alcuni vescovi della Chiesa Cattolica non li comprendo.

E' fondamentale rimarcare, tuttavia, che fede e scienza possono convivere in conflitto profondo nell’animo dello scienziato credente, senza, tuttavia, che il suo lavoro scientifico onesto possa subirne dei danni. La scienza onesta non può essere né minata né offuscata dalla fede, tanto meno la politica o la società.

 

Lo scienziato non credente, invece, seppure dotato della più razionale onestà scientifica, che aizza lo scontro tra scienza e fede, sembrerebbe sprovvisto della medesima onestà anche in campo intellettuale e umano, giacchè, in lui, il conflitto tra scienza e fede non può sussistere.

 

Gianmario Gerardi

 

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Lo scienziato Umberto Veronesi a Sky Tg24 Pomeriggio

«La religione impedisce di ragionare»

«La religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità»

Lo scienziato Umberto Veronesi a Sky Tg24 Pomeriggio

«La religione impedisce di ragionare»

«La religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità»

Umberto Veronesi (Fotogramma)

MILANO - La religione impedisce di ragionare mentre la scienza vive nella ricerca della verità. Sono mondi molto lontani. Umberto Veronesi, nel corso di Sky Tg24 Pomeriggio, ha spiegato i motivi che, da scienziato, lo hanno portato ad allontanarsi dalla fede. «Scienza e fede non possono andare insieme - ha affermato l' oncologo - perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di legenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti».

 

«INTEGRALISTA» - Secondo Veronesi, infatti, la religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno di provare, di criticare se stessa e riprovare. In sostanza, è la sua tesi, si tratta di due mondi e concezioni del pensiero molto lontani l'uno dall'altro, che non possono essere abbracciati tutti e due. Nel corso della trasmissione l'oncologo ha poi ricordato di venire da una famiglia religiosissima, «ho recitato il rosario tutte le sere fino ai 14 anni», ma di aver deciso di allontanarsi, nei primi tempi con grande difficoltà, dopo aver esaminato a fondo tutte le religioni. «Perché - ha concluso - mi sono convinto che ogni religione esprime il bisogno di una determinata popolazione in quel momento storico». (Fonte: Ansa)

 

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Cessioni definitive

Aspetto inerme, tra scoppi

ed eco di risate lontane

il vento imminente.

Arriva sempre, per questo lo aspetto.

Il vento di una nuova parola che riuscirò a dire,

di una nuova impresa del cuore, da compiere.

Un vento di quelli che scuotono un po' qua e là, un po' forte,

un po' nel terrore.

In classi di alunni fradici di domande senza risposta.

Domande sui perchè, sul senso.

Sul senso di qualunque cosa.

Sparsi a rincorrersi e ridere o tristi a indagare il buio fin dove si può,

sul ponte di una grande astronave

che a volte sembra solo rotta, sporca e senza meta

e che qualcuno si ostina a voler offrire loro in dono,

come fosse un lussuoso e sfarzoso castello di sogni,

come fosse ancora ventre materno.

Ma ogni impresa del cuore è sempre una cessione definitiva

che non dà al momento niente in cambio,

una perdita dalla quale è impossibile tornare indietro.

Sempre anche una fatica, un dolore.

Per questo

attendo di leggere le loro opere

per riavere la gioia.

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Luce da mondi lontanissimi

I nostri alfabeti non tanto, ma gli ideogrammi orientali, ad esempio, possono lasciar credere che la scrittura non sia che l’imitazione di una grafia originaria ed immutabile, trafitta da sempre nel cielo, nella quale sta ad attenderci, da sempre, il significato dell’intero universo e della nostra esistenza. La luce del cosmo giunge a noi compiendo lo scherzo di tracciare figure terrestri nel cielo, per congiunzione immaginaria tra punti di luce, ma, oggi, questa luce rappresenta realmente l’unico vero messaggio in grado di parlarci di noi, nel modo scientifico più profondo possibile.

Per effetto di “parallasse” gli astri più vicini alla nostra Terra, che ruota attorno al Sole, danno illusione di oscillare lievemente rispetto alle stelle più lontane e l’angolo di oscillazione (decimi di secondo d’arco) consente di calcolarne la distanza reale, e così anche la luminosità assoluta.

La luce, però, ci parla anche di distanze, incommensurabili, e ci parla, allo stesso tempo, di età. Fin dal medioevo, infatti, si sa che la luce nel vuoto percorre costantemente 300.000 chilometri in un solo secondo. Ciò comporta che esista luce che ci ha raggiunto solo dopo aver viaggiato per un tempo pari alla stessa età dell’universo (forse 12-15 miliardi di anni).

La luce, per la verità, è la manifestazione più elegante che si potesse immaginare dell'energia elettromagnetica. In termini costitutivi, è un contenitore di fotoni dissimili, piccolissime particelle che trasportano energia propagandosi sottoforma di onda, ognuno testimone di una storia propria di energia e di nascita di energia. Un unico fascio di luce può essere il resoconto dell’intera epopea dell’Universo. Che in un fascio di energia possono convivere fotoni di qualità diversa lo suggerisce misteriosamente da sempre l’arcobaleno. L'apparente problematica nasce dal fatto che essi possiedono tutti la medesima velocità intrinseca: "c".

Tutto questo non è un problema per la luce: la luce non sente il tempo; particelle dotate di sproporzione critica tra energia, velocità e massa, viaggiano prima che il tempo possa iniziare a battere il suo ritmo. La velocità della luce non cambia mai ed è insuperabile, nemmeno se la rincorriamo e quindi, disse Einstein, rispetto a qualunque sistema relativo, produrrà sempre distorsioni del parametro temporale. Non solo: con meno sforzo ci rendiamo conto che la sua velocità costante fa si che la lunghezza d’onda del suo propagarsi, la frequenza e la quantità di energia trasportata, portino con sé lo stesso significato. Per questo ad un colore corrisponde sempre una sola quantità di energia e una sola frequenza. Lo stesso colore, ma più intenso o più diffuso, rappresenta solo un numero maggiore di fotoni dotati di quella quantità specifica di energia (l'ampiezza dell'onda specifica). Ma questi sono dettagli.

Una conseguenza, di gran lunga più preoccupante, è piuttosto che, lungo la strada ondulatoria di un fotone che ci ha raggiunto, il fotone è statisticamente già arrivato e contemporaneamente ancora all’inizio del suo percorso, consegnandoci l’idea di un mondo sempre possibile e mai del tutto reale.

Un mondo reale solo quando viene visto. Non è uno scherzo, e si può provare anche a parlarne.

Se la vita è il vero destinatario di questo immenso messaggio di luce, l’Universo è un qualcosa di sostanzialmente simile allo scherzo di un inguaribile innamorato.

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Il bisogno primario

Esiste un bisogno primario ingiustamente e pericolosamente abbandonato e tradito. Un bisogno sospeso tra l'individuo e la coppia; un bisogno diviso. Ignorato a causa di questa sua insostenibile sospensione divisa.

è il bisogno per il quale ogni uomo che decida di esserlo fino in fondo, viene un giorno nel quale incontra una donna e capisce che quella è la donna migliore per lui, quella per la quale cimentarsi nella conquista più impegnativa della vita; la donna che lui possa sedurre per tutto il resto della sua vita.

è il bisogno che quell'uomo avrà di concentrarsi solo su quella conquista, mettendo da parte la casa della giovinezza, scostando da parte gli amici che lo chiameranno, ai quali risponderà "non ho tempo, richiamami tra tre o quattro mesi".

Ma è anche il bisogno diviso, che ora è anche di lei. Il bisogno di lei di vederlo entrare dalla porta di casa sua. Il bisogno di lui di entrare. Di vederlo entrare equipaggiato di pochissime, asciutte parole. Di entrare in quella casa con la faccia giusta, l'unica capace di parlare senza aprire bocca. Una faccia che fa capire da sola, che lo fa capire a lei, alla madre di lei, alla nonna di lei. Una faccia che fa capire che lui sta facendo sul serio. Una faccia che, da sola, fa capire al padre di lei che qualcuno sta per rapirgli la figlia.

è il bisogno di convincersi e convincere di essere per lei una reale, concreta opportunità di stabilità, di felicità e di avventura.

Convincere e convincersi che sarà possibile per tutta la vita.

Come vivere senza?

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Se non subito

Padre ed Essenza di tutto e di tutti

conformato si che ogni segreto possa svelarsi

solo dopo averlo attraversato abbandonati e docili

nel desiderio e di persona

 

si che nel dolore vivo e irrisolvibile

piccolo o grande

sussurri inequivocabile la tua soprannaturale presenza

per confusione del possibile con l’impossibile

 

si che nella gioia della contemplazione della bellezza

intrinseca alla semplicità

del mistero di cui si nutre ogni complessità

nella gioia dell’illuminazione e dell’impresa

 

investi l’umanità di intelligenza e novità

offri l’altra strada a chi si credeva perso e finito

sveli ad uno la porta fisica invisibile agli altri

rendi oggi il pane a coloro ai quali era stato tolto da domani

 

e da quando tutti l’hanno potuto vedere

che il tuo essere agisce in forma di carne ed ossa

cammina e stende le mani a compiere e a compiersi

è di sembianza irraggiungibile ma è in ogni cosa

 

che donarsi misericordiosi ad oltranza è essere il mezzo del tuo essere

e da quando è stato detto: “ora lo vedete

e l’avete visto il Regno è accanto a voi ogni giorno”

giacché il Regno è il tuo essere trasformante e misterioso e impossibile

 

se non subito col tempo

ci convinceremo di liberare ogni fiducia in te

di cercarti ogni giorno nelle persone e nelle cose che ci cercano

di mietere fiducia in te cercandoti

 

paradosso del tempo è cercarti

quando il tempo non sembra bastare mai

quando la paura dà nome a tutti i domani

quando il domani aspetta noi soli

 

paradosso di noi stessi è cercarti

quando guardando a ieri, oggi e domani

tutto si vanta di essere frutto sudato

solo nostro e di nostri pensieri

 

ci convinceremo che il figlio si libera

solo addomesticato a rintracciare l’istante del proprio darsi

inatteso dentro ore scioccamente aspettate

insensibile alle seduzioni

 

al dolore che seduce prendendo il nome di sfortuna o di maledizione

alla gioia che trattiene travestita di effimero

alla povertà assimilata a null’altro che ad ingiustizia

alla ricchezza assunta a proiezione della nostra figura

 

ci convinceremo

che il tuo è amorevole sforzo di abitare dimensioni strette

che il nostro è solo inguaribile desiderio di possederle

e guarderemo te sempre più scrutandoti sempre più.

 

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