La voce ai protagonisti - Lisa Viviani

L’Arici: non una scuola grande, ma una grande scuola

Sono quasi le sette del mattino e salgo sul treno stranamente in orario. Sprofondo nel sedile pronta a concedermi un riposino, prima di iniziare un’altra giornata all’Università. Ed è quando sto per chiudere gli occhi che sento certi ragazzi, qualche sedile più avanti, ripetere concitati alcune pagine di scienze in vista dell’interrogazione. Sbircio la scena con un occhio aperto e non posso evitare di sorridere tra me e me. “Non vi invidio” penso con un pizzico di soddisfazione. Per me sono finiti i tempi delle interrogazioni, tutti i giorni e a tutte le ore della settimana. Non dico che ora la fatica sia minore, ma una cosa sì, l’ansia, è minore.
Eppure, pensandoci bene, forse ciò che ho pensato non è del tutto sincero. Certo, non invidio la quotidiana preoccupazione del liceo, ma una cosa di quei ragazzi la invidio: proprio il fatto stesso che frequentino ancora il liceo. Strano da credere, vero? Eppure è così. Ho salutato da poco l’Arici e, anche se concluso l’esame orale io stessa credevo che non l’avrei mai detto, devo ammettere che la scuola superiore già mi manca.
Anzitutto mi manca l’atmosfera! Devo essere sincera: varcare il cancello del mio Dipartimento non è lo stesso che salire per quelle scale strette – non quelle che conducono alle palestre, altrimenti la professoressa Pozzi si arrabbia – quelle che portano al “Trivio focese” di fronte alle macchinette del caffè. Passare accanto alla portinaia svogliata non è lo stesso che sentirsi augurare il “Buongiorno” dalla cara bidella Ylenia. Mi manca quel clima intimo, quasi famigliare, che all’Arici si respirava. Mi mancano i canti mattutini del professor Metelli attraverso i corridoi, mi manca il “Buona giornata a tutti” del professor Solsi alla fine di ogni preghiera, mi mancano gli “oh benedetto!” del professor Preti di fronte a qualche sconcertante errore di calcolo. Mi mancano i miei compagni. Perché nonostante tutto, nonostante l’odio-amore che, come di consueto, contraddistingue ogni classe, ho condiviso con loro una fetta importante del mio percorso. Quei “ciao” ancora assonnati varcando la soglia dell’aula, e pure l’assenza di quei “ciao” nei casi di sonnolenza acuta. I ripassi terrorizzati di fronte alla cartina della Grecia con la mano che vagava per l’Egeo. A proposito ... ma poi, alla fine, Carre ... dov’è?
Mi mancano persino le sadiche estrazioni del professor Maghella per scegliere gli interrogati. Quei suoi bigliettini bianchi sinonimo di terrore puro, quelle sue domande puntigliose su tutti i Diavoli del canto XXI dell’Inferno. Oppure le pedine della tombola della professoressa Tomasoni. Quelle forse facevano ancora più paura. Devo ammettere, però, che in quel modo i Promessi Sposi li ho imparati. Quando qualche giorno fa, al corso di italiano, abbiamo riletto il capitolo III, mi sembrava di sentire ancora la sua voce “Azzecca-garbugli e Don Rodrigo? Ah, pappa e ciccia!”.
Per non dire della soddisfazione provata durante la lezione di inglese, mentre la docente iniziava a spiegare il mito di Arianna e Teseo di fronte a parecchie facce interrogative, nel ricordare le volte in cui mi è capitato di ammirarlo dietro la porta della prima sala a sera!
E che dire di quando, trattando di Joyce, ha chiesto se conoscessimo la storia di Edipo. “Ma come?” ho pensato “Certo che la conosco! A scuola l’abbiamo persino inscenata!”. Già, la rappresentazione della tragedia, prerogativa della classe quinta ormai per tradizione... quanti ricordi anche di quella! Le prove, la paura di dimenticare le battute, il trucco, i costumi... la regia del professor Manzoni. Sì, proprio il temutissimo professor Manzoni. Ricordo ancora la mia prima lezione con la paura alimentata da qualche leggenda udita dai ragazzi più grandi. E poi... il timore di aver dimenticato il quaderno dei vocaboli, i ripassi in pullman dei paradigmi di latino, la schedatura dell’Odissea che sembrava non finire mai... eppure, se durante il corso di spagnolo sono una dei pochi alunni ad avere una vaga idea di che cosa sia una parola enclitica... be’ un “grazie” va di certo a lui.
Ma al di là delle infinite nozioni che il liceo mi ha donato e che, probabilmente, tra qualche anno sbiadiranno, se c’è un motivo che, più degli altri, mi spinge a ricordare l’Arici con un sorriso nostalgico è che dalla mia esperienza qui ho tratto un insegnamento che, per sempre, custodirò gelosamente: il binomio per ogni piccolo e grande successo non è altro che impegno e passione. Non si tratta di un modus operandi applicabile soltanto agli studi. No, questa è una nozione che va ben oltre i banchi di scuola. Si tratta di un metodo, di un atteggiamento, di uno stile di vita, che può aiutarci non soltanto per superare un esame, ma anche nelle più disparate difficoltà che di volta in volta ci si parano davanti. Ed è di fronte a tali ostacoli che cercherò di ricordare queste due parole chiave. L’impegno, quello che ci fa sudare, che a volte ci fa piangere, che ci fa domandare se ne valga davvero la pena, ma lo stesso impegno che, anche se lentamente, in un modo o nell’altro, sa produrre sempre grandi soddisfazioni. E la passione, quella vera, quella che ci fa andare avanti anche nei momenti che ci sembrano più bui, quella che ci fa sopportare la fatica che l’impegno stesso richiede, quella che sa alimentare ogni nostra scelta e ci spinge a non mollare.
La stessa passione che, varcando il portone di via Trieste, si ritrova sul volto dei nostri insegnanti, quella che li spinge ancora a ripetere gli stessi argomenti ogni anno, ogni volta come fosse la prima, quella che li porta a sostenerci e, se serve, anche a rimproverarci, perché impariamo a diventare non solo dei buoni studenti, ma anche delle buone persone. Quella stessa passione senza la quale realtà quali la collaborazione con il FAI, i viaggi di istruzione, le gite di socializzazione, il Certamen Brixiense, le giornate dell’Ariciana o la Notte del Classico non sarebbero possibili. Insomma, la passione che, come ebbe a dire una persona ben più saggia di me, rende la nostra scuola così piccola, non una scuola grande, ma una grande scuola!

Lisa Viviani, classe V liceo 2015-16