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450° - Omelia Mons. Zani

 

     

450° anniversario dell’Istituto “C. Arici”

Celebrazione Eucaristica XXX Dom. A (Es 22,20-26; 1Ts 1,5-10; Mt 22,34-40)
Brescia 28 ottobre 2017

Cari confratelli nel sacerdozio, cari amici ex alunni di questo almo istituto porgo a tutti il mio cordiale saluto e il benvenuto a questa celebrazione che ci vede riuniti per un incontro speciale: fare memoria delle radici di un’istituzione scolastica che ha segnato la storia della nostra città, ma soprattutto, per venire a noi qui presenti,ricordare il tempo giovanile trascorso nelle aule di questa scuola, ringraziare il Signore per le esperienze formative vissute e gli insegnamenti ricevuti e rinnovare in ciascuno di noi la piena coscienza che i valori appresi servono ad assumere responsabilmente gli impegni che le vicende della vita ci consegnano.
La liturgia eucaristica ci aiuta a confrontarci con la Parola di Dio – che è sempre fonte di conversione e di luce nuova – a condividere l’unico pane che ci fa una cosa sola e rinsalda i legami della nostra amicizia, e a rinnovare il nostro sguardo di fede su ogni persona, sul mondo e sulla storia.
I testi biblici di questa domenica contengono l’annuncio più alto dell’amore di Dio, che deve essere posto al vertice della scala dei valori. Dio va amato “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente”, cioè con la totalità del proprio essere, precisamente perché Lui soltanto è la “fonte” del nostro esistere sia come uomini che come cristiani.
Però, allo stesso tempo, la Parola di Dio esalta l’amore del prossimo come segno e verifica dell’amore verso Dio, facendo così dell’uomo come un riflesso della grandezza di Dio: per il cristiano, Dio e l’uomo sono due realtà “indissociabili” fra loro, perché l’una rimanda necessariamente all’altra. I testi che abbiamo letto mettono in evidenza questa straordinaria novità che il cristianesimo introduce nella storia.
La prima lettura evidenza che già nell’Antico Testamento la “vendetta” – che può essere chiamata anche “riscatto” o “redenzione” – era un dovere morale e un modo di fare giustizia in una società senza strutture giuridiche adeguate. Rispetto alla legge del taglione – dell’occhio per occhio e dente per dente – la legge ebraica esprimeva lo spirito del “Codice di alleanza”, cioè della “legge di misericordia”. E in questo brano si vede come la legge debba essere intesa quale segno della presenza del Signore, che si è dimostrato misericordioso con il suo popolo e che circonda di particolare premura e amore quei membri della società che risultano privi di una difesa, di un ‘vendicatore’ o ‘redentore’: sono privi di un ‘clan’ gli stranieri; privi del padre o del marito l’orfano e la vedova; dell’avvocato i poveri. Per questa gente Dio si presenta come difensore, cioè come loro padre, loro famiglia, loro marito, loro avvocato.
I rapporti tra gli uomini – secondo la legge di Dio – non dovranno essere improntati a criteri egoistici di gretto e personale interesse economico, ma a quello spirito di solidarietà, compassione e comprensione che Israele ha sperimentato per primo da parte di Dio, come dice all’inizio il testo della prima lettura: “perché voi siete stati forestieri in Egitto” e avete conosciuto la misericordia di JHWH. Perciò le leggi che regolano i rapporti tra le personeper la Bibbia non sono semplici norme di filantropia interraziale o interclassista, ma hanno una radice teologica: chi ha conosciuto Dio deve agire in modo conforme alla verità di questo Dio misericordioso e premuroso, che gli è venuto incontro come liberatore.
Nel brano della pagina di Vangelo, la domanda che lo scriba rivolge al Maestro, chiedendogli “qual è il più grande comandamento della legge?”, non serve soltanto come ricordo storico di un contrasto tra Gesù e i suoi avversari, sempre più determinati ad eliminarlo; l’interrogativo del fariseo riflette anche la preoccupazione della comunità dei credenti,per la quale Matteo ha scritto il Vangelo, di avere cioè una visione unitaria degli insegnamenti di Gesù. Si vuole trovare un’indicazione su che cosa sia capace di raccogliere in unità tutta la legge, perché l’agire del discepolo non si disperda nell’affanno di volere osservare una miriade di obblighi e divieti. Per questo l’interlocutore chiede qual è il più grande, il massimo dei comandamenti.
La risposta di Gesù alla domanda del dottore della legge si articola in due momenti. Anzitutto rimanda allo she’ma’Yisrael (cioè “Ascolta, Israele”), che è la preghiera quotidiana degli Ebrei, che si rivolgono all’unico Dio, e poi vi associa il precetto dell’amore del prossimo. Ma alla fine soggiunge un altro aspetto importante: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”. L’amore è l’unica risposta veramente adeguata che il credente può dare a Dio che lo ama per primo e che gli offre la sua alleanza. E’ un amore che, come insegnava già l’Antico Testamento, deve mettere in moto tutto l’essere: non solo l’intelligenza, ma il desiderio, i progetti, e le stesse forze vitali, corporee. Bisogna perciò uscire dallo stile di dispersione per trovare un’unità di vita, un centro a cui dedicare integralmente la propria libertà.
Il vero amore per Dio, in quanto sintesi della legge, ha inoltre un nesso inscindibile con l’amore per il prossimo: “Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Chi non unisce i due comandamenti è un ipocrita perché scinderli significa fare della preghiera un formalismo vuoto privo di una prassi di giustizia e misericordia verso il prossimo.

La risposta di Gesù, che indica allo scriba il centro della Legge, è di una estrema attualità per noi che viviamo in una cultura secolarizzata, snervata da messaggi e da una colluvie di parole di fronte alle quali anche il cristiano appare spesso confuso e insicuro; se uno non ha costruito in sé una gerarchia di valori e una scala di priorità non riesce a decidere ciò che è più importante scegliere, per quali scopi conviene vivere. Se non c’è un Assoluto, un punto apicale a cui riferirsi, tutto è uguale, tutto viene appiattito, tutto è omologabile. Il messaggio di Gesù rompe questo schema di relativismo ed invita a rivolgersi a Dio come l’unica causa degna per la quale investire le proprie risorse vitali, l’unica per cui abbia senso spendere l’esistenza!
Ma la verifica e la prova di come viviamo il primo comandamento può essere colta solo nella pratica del secondo, che è l’amore per il prossimo. Nella prospettiva di Gesù, l’amore per il prossimo presenta un tratto di enorme novità che porta a superare ogni barriera: il prossimo non è solo l’amico o il consanguineo, ma anche l’estraneo e persino il nemico (cf. Mt 5,43-48). Il prossimo non può essere definito con un principio generale e astratto, ma si può scoprire il suo vero volto solo nel concreto gesto d’amore che si compieper lui.
Noi siamo qui riuniti per celebrare un anniversario importante: i 450 anni della creazione di una struttura educativa che ha formato molteplici generazioni di persone. L’educazione cristiana, infatti, è una delle modalità più importanti ed efficaci con cui viene tradotto l’amore verso Dio in amore verso il prossimo, verso i piccoli e i giovani per educarli – da e-ducere, “farli uscire” – “tirarli fuori”dall’ignoranza, dai vari condizionamenti e renderli liberi, maturi, capaci di compiere scelte responsabili.L’educazione è una delle più importanti opere di misericordia con cui si trasmette alle persone una scala di valori che orientano nel percorso della vita.
Con questo spirito i padri della Compagnia di Gesù, unificando un’altra esperienza educativa minore già avviata, avevano costituito a Brescia, il 18 novembre 1567, il Collegio della Compagnia e avevano iniziato la loro attività scolastica in città, finalizzata in particolare ai figli dell’aristocrazia locale. I religiosi concretizzavano il principio di S. Ignazio secondo il quale “puerilisinstitutiorenovatio mundi”, cioè che l’educazione dei bambini e dei giovani in generale diventava il rinnovamento del mondo. I Padri avevano come sede la chiesa di Sant’Antonio Viennese, annesso all’ospedale di San Luca presso la crociera di San Luca, in centro città. Tra i primi alunni dell’Istituto in cui si insegnava retorica, filosofia, umanità (cioè letteratura) e grammatica, ci fu il nobile Alessandro Luzzago.
L’Istituto ha attraversato complesse vicende legate all’evoluzione storica, come l’interdetto di papa Paolo V contro la Repubblica di Venezia che comportò l’obbligo per i Gesuiti di lasciare il territorio bresciano. Vi ritornarono nel 1657, e per l’aumento del numero di alunni, provenienti anche da vari paesi d’Europa, acquistarono il convento delle Grazie, dove restarono fino alla soppressione della Compagnia nel 1773. Tornarono per pochi anni a Brescia dal 1842 al 1848, e poi furono chiamati dal Tovini nel 1882 (non senza contrasti locali) per dirigere quello che si chiamava il Collegio Venerabile Alessandro Luzzago, denominato in seguito Istituto Cesare Arici. L’amministrazione dell’Istituto scolastico era gestita dalla Società dei Padri di famiglia, presieduta dall’instancabile Giuseppe Tovini.
La prima sede dell’Arici a Brescia fu in via Marsala e poi trasferita nell’attuale via Trieste, nel palazzo Martinengo Cesaresco dell’Aquilone. Chiusa per decreto prefettizio nel 1888, la scuola vinse il ricorso presso il Consiglio di Stato nel 1892, ma fu riaperta solo nel 1894a causa di altri impedimenti giuridico-burocratici e in seguito ad un’ulteriore sentenza del Consiglio di Stato, che accolse il ricorso dell’Avv. Giuseppe Tovini.
Non posso non ricordare la straordinaria esperienza delle celebrazioni del centenario di riapertura dell’IstitutoArici che, su incarico di Mons. Giuseppe Cavalleri, mi trovai a dover organizzare, con i colleghi insegnanti,nel 1982, e che certamente molti di voi ricorderanno; in quell’occasione furonoripercorse le travagliate vicende storiche per mettere in evidenza che quella dell’educazione è sempre e dovunque una battaglia di libertà e di cultura che la Chiesa combatte per il bene delle famiglie e il progresso della società. Nelle aule, nei corridoi e nei cortili di questo istituto io stesso ho vissuto anni indimenticabili, apprendendo innumerevoli insegnamenti ai quali ricorro molto spesso mentre svolgo il mio servizio presso la Congregazione per l’Educazione Cattolica. Tra le iniziative promosse in occasione del centenario, ricordo il “Seminario Permanente Europeo”, creato anche per impulso di Paolo VI negli anni precedenti.
Oggi abbiamo nel mondo la presenza di 216.000 scuole cattoliche e di 1865 università cattoliche, frequentate da oltre 60 milioni di studenti, dei quali il 40% appartenenti ad altre confessioni religiose o a nessuna religione. “Le scuole sono le nostre Indie”, diceva il Beato Tovini, cioè sono le nostre missioni, dove siamo chiamati a spendere il nostro servizio generoso e intelligente per far crescere “tutto l’uomo e tutti gli uomini”, come affermava Paolo VI, alunno di questo istituto, nell’enciclica Populorumprogressio.
Qual è il messaggio che dobbiamo custodire, tutti noi che da fanciulli o da giovani siamo passati da questa scuola e che deve continuare a fungere da spina dorsale di un progetto educativo cristianamente ispirato per poter rispondere alle grandi sfide che viviamo oggi?
Papa Francesco invita a ricostruire il patto educativo. E a me sembra che le complesse vicende storiche di questo istituto ci aiutino a ribadire proprio questo concetto fondamentale, e cioè che l’educazione è un fatto che coinvolge molti soggetti diversi: quali lafamiglia, la scuola, il territorio, le istituzioni della società civile, la comunità cristiana. Per raggiungere in modo efficace e positivo le finalità del processo educativo, tutti questi soggetti devono condividere gli stessi obiettivi e agire in sinergia.

Dinanzi alle urgenze inderogabili del XXI, il Papa ammonisce che “l’educazione sarà inefficace e i suoi sforzi saranno sterili se non si preoccupa anche di diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla società e alla relazione con la natura”.
In questa prospettiva chi educa deve contrastarel’attuale umanesimo decadente, accompagnato spesso dal primato dell’indifferenza e della “cultura dello scarto” , proponendo invece un umanesimo solidale che si può costruire attraverso la cultura del dialogo e di quell’amore verso Dio e verso il prossimo, che ci è stato ricordato dalle letture dell’odierna celebrazione. Gli insegnamenti di Papa Francesco vanno proprio in questa direzione, quando propone una visione antropologica che non elimini la dimensione della trascendenza, della fraternità aperta a tutti e dell’impegno in ambito culturale e sociale. Per realizzare tutto questo occorre coltivare almeno tre aspetti fondamentali.
Prima di tutto appare indispensabile umanizzare l’educazione. “Umanizzare l’educazione” significa mettere la persona al centro dell’educazionee non altri interessi esterni funzionali solo al mercato, al successo, alla competizione esasperata. In questo, la religione può essere al servizio e non d’intralcio alla convivenza pubblica, a partire dai suoi valori positivi di amore, speranza e salvezza che non possono essere ridotti alla sfera individuale, privata e riservata.
In secondo luogo, globalizzare la speranza. Per il cristiano lo sviluppo umano è indissolubilmente legato all’annuncio della redenzione, che non è una futuribile utopia, ma è già sostanza della realtà. Qui si colloca lo specifico contributo che vuole dare il cristianesimo all’educazione: il messaggio di salvezza in Gesù Cristo, che è legato all’amore. L’uomo viene salvato da un gesto di amore autentico e disinteressato, che dà la vita. Da qui scaturisce il messaggio di speranza che può essere veicolato in tutte le espressioni della vita dell’uomo e che costituisce il fondamento di ogni scelta etica.
Il terzo aspettodel processo educativo è l’inclusione. L’educazione dovrebbe consentire ad ogni cittadino di sentirsi attivamente partecipe nella costruzione di una nuova società, a partire da un quadro di istanze etiche e normative condivise. In quest’ottica, includere significa compiere le nostre scelte non pensando solo a chi è ora vivente sulla terra ma anche alle future generazioni. C’è da costruire una solidarietà con i contemporanei, considerando le molteplici differenze culturali, sociali e religiose; c’è da vivere oggi in modo corretto pensandoalle generazioni future, ma occorre anche non disperdere quel patrimonio di formazione e di valori umanizzanti che abbiamo ereditato dalle generazioni che ci hanno preceduto.

In questa Eucaristia ringraziamo il Signore anzitutto perché con la sua parola ci ha indicato nel comandamento dell’amore il sentiero prezioso della vita; la pratica dell’amore ci avvicina sempre più a Lui e realizza in noi il progetto che Dio da sempre ha pensato. Ringraziamo di avere ricevuto in questa istituzione un’educazione solida umanamente e aperta ai valori trascendenti che ci aiutano a dare un senso alle prove inevitabili che si incontrano e dischiudono una prospettiva di speranza per la vita futura.
Chiediamo al Signore chei giovani e le future generazioni, accogliendo il progetto educativo di queste istituzioni possano trovare risposte ai loro interrogativi ed apprendere a diventare protagonisti di un mondo di fraternità e di pace.

+ A. Vincenzo Zani
Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica

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